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30 Maggio 2026
 

Vasco Live 2026 - Ovvero… Non siamo mica gli americani… che loro possono sparare agli indiani Ironia tagliente e provocazione a… oltranza Rock e poesia


 

 
Vasco acceleratore quantico di particelle emotive

Alla sua quinta edizione, 2022-2026, Vasco Live ha totalizzato 3.000.000 di biglietti venduti.

Il suo è il tour che non finisce mai: dal 2013 ogni anno un giro per gli stadi italiani, ogni anno sold out con mesi di anticipo. Perché Vasco Rossi è l’unico artista che se lo può permettere, con o senza disco nuovo, ma sempre con lo spettacolo rock più potente e emozionante... al mondo. Il suo repertorio è così vasto che gli consente di pescare tra le sue canzoni quelle 28/30 («ne vorrebbero di più, ma come si fa, il mio spettacolo dura più di due ore e mezza…») che concorrono a dare… un senso a questa sera… a questa condizione… a questa vita.

Ogni anno uno show diverso, ogni anno necessario per farsi raccontare l’aria che tira. Per l’anno in corso, i sentimenti che più prevalgono dal fronte del palco sono l’ironia e la condivisione. Ironia amara e pungente che serve a ricordare che di questi tempi “c’è qualcosa che non va in questo cielo, c’è qualcuno che non sa più che ore sono”. Vasco non ha bisogno di fare discorsi dal palco, perché le sue canzoni parlano da sole, e molto chiaramente. Mai come ora c’è il bisogno di un po’ di distrazione… e allo stesso tempo di pensiero critico, di evasione ma anche di voglia di cambiarlo un po’ questo mondo… “che non è quello che vorrei”.

«Nelle mie canzoni ho detto tutto», qui c’è tutto Vasco, la sua essenza primordiale di rocker ribelle e romantico, che si ritrova perfettamente nella set-list 2026: semplicemente “pazzesca”. Tutta giocata sull'ironia altamente provocatoria che caratterizzò i suoi esordi di autore visionario dall’anima rock.

Al grido di “Non siamo mica gli americani… che loro possono sparare agli indiani” parte il nuovo tour.

Un viaggio che inizia con un tuffo nella magia degli anni ’80 e che arriva poi a parlare di noi oggi. Chi siamo in mezzo alle bombe di questa guerra mondiale a pezzi, e soprattutto: chi vogliamo essere? La risposta soffia nel rock, e va ascoltata insieme, così potremo esorcizzare le nostre paure.

Tutta la prima parte del concerto è dedicata ai i suoi anni di sperimentazione e rottura degli schemi; i primi 11 pezzi sono un’esplorazione fra le tracce, più o meno iconiche, di album storici. Come “Non siamo mica gli americani!”, (il suo secondo album del ‘79, che con espressione colta si potrebbe definire “seminale”), da cui la canzone “(per quello che ho da fare) Faccio il militare”, che racchiude il cuore del concerto: …non siamo miiica gli americani… che loro possono sparare agli indiani, Vacca agli indiani...

Album che sono dei pilastri, dal 1979 al 1989, che hanno costruito il mito: da “Colpa d’Alfredo”, del 1980 (l’album di Anima fragile, di Asilo Republic, di Alibi), da “Vado al massimo” (1982), a “Cosa succede in città” (1985) che ha appena compiuto 40 anni (Carosello record). Da “C’è chi dice no” (1987) fino a “Liberi… Liberi” (1989), in cui Vasco intercetta le contraddizioni del Paese, costruendo un immaginario fatto di libertà individuale, solitudine urbana e resistenza emotiva. È un disco, questo, in cui le chitarre si fanno più abrasive, i testi più essenziali e taglienti, la voce più consapevole del proprio ruolo, capace di tenere insieme rabbia e malinconia in un equilibrio che diventerà la cifra definitiva del Vasco moderno. “Ormai è tardi” lo rappresenta perfettamente e fa parte del primo trittico di canzoni.

Punto di forza: Tutti i brani, rivisitati musicalmente, acquistano il loro vigore originale, «a dimostrazione di come – afferma Vince Pastano che ne ha curato i nuovi arrangiamenti - le sonorità devono evolvere mentre i testi restano intatti nella loro potenza, eterni».

Il live di Vasco è un acceleratore quantico di particelle emotive. Come al Cern, si accelera per capire di cosa siamo fatti davvero.

La prima pacca di accelerazione di emozioni è: “Vado al massimo” (non te lo aspettavi eh?). In versione punk allo stato puro, veloce e urlata dall’inizio alla fine, con le chitarre power a sottolineare il testo critico mentre la sezione fiati porta in Messico, sulle note del tema principale. Di seguito “Ormai è tardi” con la sua amara ironia e “Fegato spappolato” (‘79), pezzo cult, in un arrangiamento rock ritmicamente schizofrenico e riff di chitarra dalle sonorità allucinate. Una rivisitazione musicalmente complessa, ricca di break usati per puntualizzare il cantato in stile rap… forse uno dei primi rap della musica italiana.

Le sorprese sono appena iniziate, l’onda emotiva cresce quando arrivano: “Una nuova canzone per lei”, mai eseguita dal vivo, e “Bolle di sapone”, con la sua anima funk, e poi un’accoppiata micidiale: “Alibi”, surreale, puro teatro dell’assurdo (alla Dario Fo) e “Sono ancora in coma”, brano “scorrettissimo”. Entrambe del 1982 (album “Vado al massimo”), la prima con sonorità ancora più psichedeliche rispetto al passato. “Ciao” (da C’è chi dice no) è considerata un capolavoro di semplicità capace di raccontare un intero mondo con una sola parola. In una rivisitazione Pinkfloydiana e Mozartiana, archi e fiati che danno un senso ancora più etereo e struggente. Le due canzoni successive, che i fan chiedono a gran voce da anni perché quasi mai eseguite live, parlano di donne: “Domani sì adesso no” (‘85) e il “Tango della gelosia” (da Liberi… Liberi, 1987) un gioiello di autoironia sul sentimento della gelosia espresso attraverso un “tango-rock”, nato dalla fusione tra il folclore romagnolo e il rock.

Chiude la prima parte “Lunedi”, l’ultimo brano degli anni ’80, il momento in cui la ribellione smette di essere gesto e diventa un grido, a volte sussurrato. Dall’album “C’è chi dice no” (1987) che segna una fase più radicale e consapevole, trasformando la fragilità in forza espressiva.

Tutte canzoni mai eseguite dal vivo o assenti da moltissimi anni, di quelle che non ti aspetti e che renderanno l’atmosfera incandescente… È solo l’inizio. Nella seconda parte si cambia registro. I toni si alzano, l’ironia si fa feroce, sferzante. Si “entra in orbita”, è qui che la funzione d’onda emotiva agirà.

Il primo brano è introspettivo, un potente abbraccio di fragilità: “Marea”, (dall’album “Nessun pericolo per te”, 1996) che viene eseguito dal vivo per la prima volta. («Chissà perché» si chiede oggi Vasco). È il momento più dark e psichedelico del concerto, così come lo sono le liriche, “un inferno della mente”. Seguono “Siamo soli” e, infine, “Se ti potessi dire”, che arriva con tutta la forza del suo finale - “…senza rimpianto” - che riecheggia in tutti gli stadi.

Siamo al cuore dello show, dagli anni ’80 Vasco ci scaraventa a questi tempi, piuttosto bui. A fare da ponte tra le due epoche è la canzone antimilitarista per eccellenza: “(per quello che ho da fare) Faccio il militare”, incredibile e dirompente per la sua attualità… appunto, noi, NON SIAMO MICA GLI AMERICANI, che loro possono sparare agli indiani… un brano dissacrante, da puro teatro-canzone (alla Giorgio Gaber). Riletta oggi in chiave bandistica, una marcia sbilenca, con i fiati e le percussioni in primo piano, diventa cabaret berlinese. Ai tempi, Arbore volle Vasco, allora quasi sconosciuto, nel suo programma televisivo “L’altra domenica”, per la sua ironia pungente. Arriva giusto prima de “Gli spari sopra”, forte invettiva contro i potenti. Chiude il trittico “C’è chi dice no”, l’inno generazionale alla libertà individuale e alla ribellione contro le regole imposte e chi pretende di avere la verità in tasca.

Torna il bisogno di intimità con “Stupendo”, capolavoro di disillusione, poetico e profondo (da “Nessun pericolo per te” 1996).

L’atmosfera cambia decisamente con l’immancabile, liberatoria, “Rewind”, mentre il concerto finisce con “Un mondo migliore”. E qui la “funzione d’onda” emotiva ha compiuto il suo ciclo di trasmissione: il pubblico ne uscirà “trasformato”. Inebriato.

Ma non è ancora finita, si ricomincia, tutto daccapo con le emozioni nella la terza e ultima parte, ovvero il gran finale. Sei pezzi consecutivi da pelle d’oca: “La noia”, che manca da moltissimi anni, “Sally”, “Siamo solo noi”, “Vita spericolata” nella rara versione piano e voce, “Canzone” eseguita qui per intero, altra chicca. Chiude naturalmente “Albachiara”: come tutti sanno non se ne va nessuno se non la canta…

OLTRE LO SPETTACOLO
Tra energia, emozioni e poesia rock, le sue canzoni entrano direttamente nella pelle e nel cuore. Oggi Vasco non è più solo un provocautore, ma un poeta rock che incarna lo spirito e i sogni di più di una generazione. In un presente che somiglia a uno spettacolo permanente, le sue canzoni tornano a essere strumenti di resistenza “attiva” e occasioni di riconoscimento reciproco. Ogni data del tour 2026 sarà molto più di un semplice concerto: sarà un ritorno alla possibilità di dire "NO", un sentimento di appartenenza che si rinnova ogni volta.

Sua Maestà il Palco: i palchi di Vasco Rossi sono da sempre sinonimo di maestosità e spettacolo, veri e propri monumenti itineranti che diventano parte integrante dello show. Quest'anno l'asticella si alza ancora: ricco di alta tecnologia, di effetti luce speciali e di contenuti video avvolgenti, che contribuiscono ad accelerare le emozioni.
Una scena solida, ferrosa, profondamente rock. La geometria triangolare — richiamo alla “V” di Vasco — diventa il segno distintivo dell’intero palco: telai metallici modulari e un led triangolare mobile, che sovrasta la band e si muove nello spazio scenico, costruiscono un ambiente in continua trasformazione, capace di generare scenari sempre diversi. Monumentale e dinamica, la scenografia si muove tra materia e luce, dando forma a scenari in evoluzione senza perdere la propria identità potente e iconica. La tridimensionalità della scena domina lo spazio, offrendo punti di vista sempre diversi e una profondità che cattura lo sguardo.


Un tiro pazzesco LA BAND:

Vince Pastano: direzione musicale, chitarre, cori
Stef Burns: chitarra
Antonello D’Urso: chitarra acustica, programmazione, percussioni, cori
Andrea Torresani: basso, synth basso, cori
Alberto Rocchetti: tastiere
Donald Renda: batteria
Andrea Ferrario: sax
Tiziano Bianchi: tromba
Roberto Solimando: trombone, sousafono su Non siamo mica gli americani
Roberta Montanari: cori.percussioni
Claudio Golinelli “IL GALLO” special guest, basso (presente a Rimini, verrà poi quando vorrà)


 
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