27 Aprile 2012
Vasco Rossi: un viaggio spericolato ma intimo
di Alessia Cruziani
Un po’ per paura, un po’ per il solito malessere del pensiero codardo, quello che ti dice “E se poi ciò che trovi non ti dovesse piacere?”.
E allora ho sempre scelto la strada del tapparsi le orecchie, chiudere gli occhi e non ascoltare il cuore.
Ma poi sei arrivato tu.
Tu che canti così libero e sincero. Così libera-mente… che solo a porre anche solo un minimo di attenzione su ciò che esprimi…viene la pelle d’oca.
E capisci che guardarsi dentro non è facile, ma possibile sì.
Alla fine, per fare questo viaggio intimo, ho preso te come mio specchio: un uomo di 60 anni che ormai è parte di me, lo è sempre stato sin da quando canticchiavo “Brava Giulia”…che manco sapevo cosa volesse dire, in realtà, ma nonostante tutto…sentivo che quella “Giulia” lì…potevo anche essere io.
Te come specchio. Come specchio introspettivo del mio essere, del mio lato nascosto, quello che ho sempre pensato che mai nessuno potesse capire e accettare. Perché tutti dobbiamo sempre essere forti, soprattutto con noi stessi, tutti sempre belli e sani. Mai che si dica che si sta male, l’essere debole non può esistere, o se esiste non devi essere tu.
Ma chi lo ha detto? Dove sta scritto? Se ho il mal di stomaco…ce l’ho io mica te! E mi son stancata di fingere che tutto vada bene!
Ed allora permettetemi di dire quando sto male, permettetemi anche di urlarlo!
E di essere pure egoista coi miei dolori…che se li ho, son miei e, di sicuro, nessuno vuoi condividerli con me!
L’accettazione: un matrimonio con noi stessi…onorarci e rispettarci nella buona e cattiva sorte. Possiamo almeno provare ad esserci fedeli. A non prenderci in giro almeno un po’. Quel po’ che poi ci permette di alzarci la mattina e trovare un motivo per lasciare il letto. Una speranza che ci permetta di avere fiducia nel domani, anche se in molti, questo “domani” stanno cercando di fottercelo.
Ho preso me stessa per mano una notte e ho iniziato a parlarmi lungo la via dell’intimità. Ho cercato di abbracciare le mie debolezze, le ho anche accarezzate e sotto avevo le tue canzoni. In testa le tue parole. Mostrarci per quel che siamo. Che alla fine, se non andiamo bene agli altri è un limite loro, non un problema nostro. E ritrovarmi dentro i testi, dentro le canzoni da te cantate è stato anche un aiuto. Ho capito, ho avuto la certezza: c’era anche qualcun altro al mondo a provare quelle sensazioni, quelle emozioni. Così ho capito che nasconderle non aveva senso, che le emozioni di ogni tinta vanno colte, vissute, prese e fatte nostre. Belle, brutte, solitarie: tutte. Faranno parte sempre di noi, del nostro essere.
Ora, le cicatrici che ho addosso, quelle che in pochi vedono, quelle che a pochi mostro, non mi fanno più paura. Sono lì, sulla pelle, dentro la mente, segnate nel cuore. Sono dei tatuaggi personali, sono la testimonianza di ciò che sono, sono le mie “situazioni di pancia”, i brividi, i sospiri. E se sono qui, se sono io, le devo anche a loro. O a chi, guarda il caso, me le ha procurate. Anche quando sono andata incontro…allo scontro. Sapendo che mi sarei fatta del male, che avrei portato a casa solo polvere e un occhio nero.
Ma ora non mi importa, perché ne è sempre valsa la pena di essere stata ciò che sono. Di aver anche combattuto per delle battaglie già perse.
Ed allora…vivere non sarà facile, e spesso abbiamo pure bisogno di un complice. Ma se prima non ritroviamo noi stessi come compagni di viaggio, se prima non ci accettiamo per quello che siamo, deboli, belli, brutti, silenti o vai a capire cos’altro…non troveremo mai nessuno che ci farà da spalla per questa avventura sospesa tra la follia e la realtà.
E tu…non sai manco quanto sei mi sei stato accanto in questo viaggio folle, di continui sbalzi, di “più su e più giù”. Ma alla fine si sopravvive e anzi si arriva ad essere più vivi di prima…”Eh già, io sono ancora qua”!