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11 Novembre 2011
 

Vasco l’emblema del “made in Italy”, del rock nazionale

...se esiste un motivo per cui l’Italia non ha nulla da invidiare alla storia del rock internazionale, quel motivo si chiama Vasco Rossi. Cioè, perdonatemi: si chiama Vasco e basta!

Perché, come ha già detto qualcuno, “di Rossi ce ne sono tanti, ma di Vasco solo uno!...
di Angelo Moraca


L’8 Novembre è una data da ricordare per una serie di avvenimenti ai quali indissolubilmente si legano ricordi, sensazioni, gusti e pensieri a carattere personale, a tratti (oggettivamente scrivendo) universali. Avvenimenti e ricordi che, venendo tramandati di generazione in generazione, si spera possano un giorno servire a ispirare la voglia di costruire
un mondo migliore e di non ricadere di nuovo negli stessi errori. Anche se troppo spesso, purtroppo, si ha la sensazione di procedere come i gamberi. In Italia, soprattutto, sembra proprio che andiamo indietro, invece di progredire.

Il patrimonio culturale, artistico e musicale inserito nel panorama mondiale, è tutto un susseguirsi di eventi talvolta brutti e spiacevoli da ricordare, anche se è importante tenere viva la memoria (e il perchè lo abbiamo già scritto), ma anche di eventi piacevoli e destinati ad entrare nella memoria collettiva, cioè destinati a lasciare una traccia.

Bando alle chiacchiere: l’8 Novembre 1971 veniva pubblicato “Led Zeppelin IV“, il quarto album della rock band inglese (che contiene capolavori come “Stairway to Heaven”, “Black Dog”, “Rock and Roll” e “The Battle of Evermore”). Fu aspramente criticato e perfino duramente osteggiato da vari gruppi di perbenisti e di religiosi, convinti che nel testo di “Stairway to Heaven” vi fosse una chiara lode a Satana, interpretando lo stesso testo al contrario con la tecnica del backmasking.

Ovviamente tutti i componenti della band e i suoi collaboratori, dal tecnico del suono Eddie Kramer fino allo stesso Robert Plant smentirono immediatamente queste accuse ridicole e meschine dichiarando che il testo fu scritto con le migliori intenzioni, e giammai inneggiando in qualche maniera alla violenza o a dei presunti e demoniaci spargimenti di sangue!

Da allora sono passati circa quarant’anni. Il disco, ormai, ha venduto più di 23 milioni di copie solo negli Stati Uniti. E si fa ascoltare ancora in tutto il mondo come se fosse appena uscito.

I Led Zeppelin hanno lasciato una traccia rock indelebile nella storia della musica, un modello di energia e qualità a cui ispirarsi. Insomma, qualcosa da ricordare …e da riascoltare ancora oggi!

Perché ancora oggi, infatti, è certo meglio ascoltare musiche ruvide e autentiche come quelle dei Led Zeppelin, piuttosto che le canzoni sintetizzate al computer di certi “fenomeni” attuali che impazzano nelle radio e, negli ultimi anni, anche su MTV, che di fenomenale però hanno solo la commerciabilità pop e l’abbigliamento che sfoggiano per esibirsi in pubblico: puro effetto scenico caratteristico di quando è solo la forma che conta, a discapito di ogni vera sostanza. Veri e propri modelli omologati dal nostro povero tempo moderno.

Eppure, in tutto questo contesto, io resto pur sempre un italiano, e amo anche la musica italiana, quella buona. Malgrado il mercato italiano, sia effettivamente assoggettato alle culture musicali dominanti come quella americana ed inglese (è vero, gran parte dei meriti vanno a loro), io sono stufo di guardare soltanto all’estero, senza badare più a quello che c’è dentro, in Italia.

Perché in Italia c’è anche qualcosa di buono. Ed io una cosa l’ho trovata: ho comprato “Vado al Massimo”, oggi, 8 novembre 2011. Ed anche in questo caso, pure se parliamo di 29 anni fa, è curioso ricordarsi del fatto che un giovanotto, a prima vista sprovveduto, abbia pubblicato un album (il suo 5°album), si sia presentato al Festival di Sanremo sbeffeggiando a suon di note e ritornelli un certo giornalista (che per chissà quale motivo insulso decise un bel giorno di volergli rovinare la reputazione - forse un’antipatia istintiva-), e si sia messo il microfono in tasca andando via.

Da allora, anche in Italia qualcosa è cambiato.

E’ cambiato a tal punto che, dopo 29 anni, io ascolto ancora tanto Vasco e sempre con più gusto. E adesso, insieme a me, lo fa anche qualche altro MILIONE di persone (anche se nel 1982 io non ero ancora nato!).

Sempre l’8 novembre, stavolta quello del 1987, in seguito ad un attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese), gli U2 capitanati da Bono Vox, riproposero il brano “Sunday Bloody Sunday”, composto dallo stesso Bono alla sola età di 21 anni, quando nel 1972 (e cioè quando Bono aveva solo 11 anni). Il brano si riferisce a quando l’esercito del Regno Unito sparò su partecipanti civili ad una manifestazione nella città nordirlandese di Derry. Quell’episodio passò alla storia come “Bloody Sunday”, e segnò profondamente l’animo del giovane cantante che decise per l’occasione di scriverci un testo. Sublime è la frase contenuta nella stessa canzone “How long, how long must we sing this song?”, cioè ” Per quanto tempo, per quanto tempo dovremmo cantare questa canzone?”. La canzone grida lo sdegno suscitato dal vedere proprio l’esercito nazionale, e cioè proprio coloro che dovrebbero essere preposti a difendere il popolo, che si scaglia invece contro la gente senza alcuna giustificazione, aggredendo la popolazione inerme: adulti, anziani, donne e bambini “vittime” solo del loro voler vivere pacificamente e senza scontri.

Del resto (lo scrivo con un certo retrogusto amaro) così come, per fortuna, esistono tante persone che si battono per ideali di fratellanza e di pace, continuano però ad esistere anche, purtroppo, molte più persone meschine che si battono… per niente! Persone che degenerano nella violenza gratuita per rabbia animale, per intima frustrazione o per cieca brama di potere.

Gli U2 suonarono questa canzone la prima volta nel 1982, a Belfast, in Irlanda del Nord. Bono anticipò l’esecuzione del brano dichiarando al pubblico che quella era una canzone nuova e che non l’avrebbero mai più suonata dal vivo se non avesse avuto il pieno consenso del pubblico. Be’… fu un successo strepitoso! Così fu subito inserita nell’album “War”, uscito tre mesi dopo, colonna sonora del film “Rattle and Hum”, e ancora oggi viene spesso eseguita dal vivo dalla band irlandese.

Se esiste un motivo per cui l’Italia non ha nulla da invidiare alla storia del rock internazionale, quel motivo si chiama Vasco Rossi. Cioè, perdonatemi: si chiama Vasco e basta! Perché, come ha già detto qualcuno, “di Rossi ce ne sono tanti, ma di Vasco solo uno!”.

E lui l’emblema inorgogliente del Made in Italy, della musica rock nazionale.

Per concludere, dunque, se il futuro è sempre più incerto e la realtà è sempre più complessa e spesso perfino disarmante, c’è sempre la musica – per fortuna!- che può cambiarci l’umore di una giornata. E ognuno ha la musica che si merita.



Angelo Moraca
 


 


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