30 Dicembre 2011
Scrivere a Vasco per fare memoria di sè
di Fabio Cavallari
Mi sono chiesto: "Come si fa a scrivere a Vasco"? Bisogna superare la ritrosia, lasciarsi vincere dal resistente realismo che ti conduce a più sobri consigli: alle rockstar scrivono i ragazzini non i quarantenni! E poi, devi già mettere in conto, che è come lanciare una bottiglia in mare. Tu ce l’avrai sempre in mente, ma lei forse si incastrerà al primo stupido scoglio. Come si fa a scrivere a Vasco? Devi superare il pensiero che l’idea stessa è banale, un po’ presuntuosa. Dovresti trovare parole nuove, un approccio originale. Ma a Vasco han già scritto tutto. Forse han già detto tutto. Siamo in tanti. Uso la prima persona plurale. Dico "noi". Forse sta qui l’eccezionalità. Non siamo nell’epoca del "noi", neppure in quella del "tu". C’è un "io" assoluto che ha mortificato anche il senso della comunità, eppure sono qui a scrivere mettendomi con altri, assieme ad altri. Sottendo il "noi" senza esplicarlo, eppure è prima persona plurale. Non siamo un corpo unico, un partito, un’enclave, no è proprio questa la differenza. Ho trovato persone di ogni tipo, manager, professori, forze dell’ordine, insomma persone diverse da me per cultura, provenienza, esperienze personali. Nulla da condividere. Tranne una: Vasco. Come è possibile? Eppure in ognuno c’è un’affezione vera, sentita, mai banale o superficiale. Anche nel rapporto con le canzoni, esiste quasi un’esclusività. E’ come se Vasco incarnasse la singolare irriducibilità individuale con l’universalità. Un ossimoro? No, la persona. La specificità unica della Persona. Non ci sono spiegazioni razionali, scientifiche, tecniche, a questa affezione diffusa. Come posso rispondere alla domanda "perché Vasco?". E’ tutto dentro una parola, un nome che è diventato icona ma che richiama alla memoria un padre, un compagno di ventura, l’affrancamento dentro la lotta (quella reale e non virtuale) per la libertà.
Eppure è tutto dentro una storia, un percorso, una vita, una macchina. Dentro gli anni che ci hanno cresciuto, le gambe che ci hanno portato, i lutti che tutti noi abbiamo subito, le gioie gridate da un finestrino, da un letto, da una sedia.
Sono qui, sui “quaranta” e forse non è tempo per scrivere ad un cantante. Ma se anche mia madre, di settantaquattro anni, quando sale in macchina mi chiede "metti Vasco", allora vuole dire che non posso far finta di nulla, che io a quest’uomo devo riconoscere il mio "grazie". Perché nella realtà, c’è davvero poco che si possa dire a Vasco tranne esprimere la nostra gratitudine. Ed un "grazie" non è mai banale o retorico, perché quel termine rievoca i benefizi reciproci che soavemente stringono i legami dell’umana società. Una forma nobile, forse la più alta che consente agli uomini di percepirsi "compagni" di viaggio, cum-panis. E Vasco è stato per molti, per anni, il conducente, il passeggero, la rabbia e la goliardia, l’amore e la solitudine. Abbiam cambiato auto, radio, compagnia, lavoro, son passate anche altre canzoni, altre voci, ma solo con te siamo tornati a casa.
Ma come si fa a scrivere a Vasco? Che idea strana mi è venuta. Come si può raccontare un’affezione? Si tratta di un adesione della carne, alle ferite, alla melanconia. Insomma si tratta della vita. E non si può raccontare una vita. Forse la si può cantare.
Scrivere a Vasco non è un esercizio letterario, una posa da pseudo intellettuale. No, scriverti è dare seguito all’emozione, all’affetto, è dare forma ad un "gratitudine". Un grazie privo di divismo o esaltazione. Un saluto con il cuore, ad un compagno di strada che oggi è "Vasco". Un nome che rischia anche di sovrastare la persona. Ma basta poco per vedere davvero l’uomo e dirgli "grazie". Serve guardare negli occhi, ascoltare una vocale, abbozzare la propria storia, raccontarsela in macchina durante una giornata d’inverno. Che idea strana mi è venuta di scriverti. Forse come quando ti ascolto, ho solo voluto far memoria di me, a me stesso. Nella realtà anche questo è un tentativo per lasciar che la ritrosia prenda il sopravvento. Invece no. Ti ho scritto caro Vasco per dirti "Grazie". E questo vale più di qualsiasi timidezza, tentennamento od impaccio. Vivere o niente.
Fabio Cavallari