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28 Agosto 2011
 

Ho fatto un sogno

Tesina di Claudia Campoli



Lei si chiama Claudia Campoli e la sua tesina (ma io la chiamerei piuttosto tesona..) di maturità scientifica l'ha fatta su Vasco...nonostante il parere contrario del prof, che aveva qualche resistenza su quel nome lì.. Vasco Rossi...

A noi e' piuciuta moltissimo e ve ne pubblichiamo uno stralcio... ma gli appassionati di filosofia possono scaricarla per intero cliccando qui.

Brava Claudia!



16 giugno ’11

Faceva molto caldo quella sera, e non ce la facevo davvero più a ripetere tutti quei poeti e quelle formule che ormai da più di un anno mi avevano accompagnato nei pomeriggi di studio. Ero stanca, la scuola era finita da pochi giorni e d’allora non avevo passato un solo attimo della mia giornata senza ripassare la tesina in attesa del mio esame. Ricordo che per il sonno riuscivo a stento a leggere le piccole frasi del libro che avevo davanti, di colpo, però, sentii una canzone alla radio: si, la mia preferita, “ Albachiara “. Ascoltarla proprio in quel momento, uscita fuori chissà da quale classifica radiofonica, mi sembrava come una salvezza da quella serata da incubo. Mi rilassai così tanto ad ascoltarla che mi addormentai sulla scrivania.

Non avrei mai pensato che quella notte restasse per tanto tempo la più emozionante della mia vita. “ Ho fatto un sogno!”

Si, ho sognato quella notte !

Mi trovavo nel mezzo di un lungo corridoio, non ricordo di esserci mai stata, e all’improvviso un signore di media altezza con un cappellino verde e un paio di occhiali scuri si dirigeva verso di me. Stranamente non ero spaventata, anzi sentivo una strana stretta allo stomaco: ero emozionatissima. Non ci potrete credere, ma era lui. Proprio lui, il rock per eccellenza, il poeta delle canzoni, l'unico che si ama o si odia, l'unico in Italia capace di fare impazzire generazioni di blascodipendenti, siano essi simpatici rappresentanti che passano la vita in giacca e cravatta, siano esse svogliate casalinghe che ribelli adolescenti, il cantante di cui la musica può andarne solo fiera… “VASCO ROSSI!”. Era di fronte a me e sorrideva.

L’impatto non è stato facile, avrei voluto lì in quel momento con me un complice che mi avesse aiutato in quella strana situazione.

Mi presentai. Quei due occhi blu mi guardavano come se fossero già a conoscenza della mia innata venerazione per le sue canzoni e per la sua eccentrica vita.

Non sapeva però che una particolare curiositas mi caratterizza, da sempre. È da sempre, infatti, che cerco un “perché” a tutto. Così come mi viene spontaneo pormi dei perché mentre ascolto le sue poesie. Mille curiosità. Tante. Ora era lì, davanti a me ed io avevo l’opportunità di chiedere.

Ci sedemmo a un tavolo e iniziammo a parlare. Su quella scrivania c’era un giornale e sulla copertina posava il nostro. Il titolo lasciava intuire che il centro dell’intervista era il tour 2011.

Mi chiese se ci sarei stata al suo prossimo concerto. Toccò proprio un tasto dolente. Risposi che di lì a pochi giorni avrei affrontato gli esami di maturità e che il suo concerto era un desiderio troppo lontano da realizzare. Sorrise. Mi confessò che ricordava come un trauma il periodo della sua maturità. Non amava molto la sua scuola. Ragioneria. La frequentava mal volentieri. Amava la filosofia. Tanto da studiarla da autodidatta.

Pensai in cuor mio che mi stava prendendo in giro. Io amo la filosofia! Glielo dissi. E mi venne spontaneo chiedergli quale filosofo lo affascinava di più. Mi rispose di getto: “ Pensa alla canzone “un senso”. La risposta è lì!”

“Un senso”, a parer mio racchiude un po’ tutti i filosofi. Il senso della vita, il senso delle cose, l’esistenza, sono tutti punti fondamentali della filosofia. Mi corresse: “ Sartre con “La nausea” mi ha conquistato. Quel libro mi ha rapito. Quelle pagine hanno riempito le mie giornate. Da lì nasce “un senso”. Dalla riflessione postuma alla lettura del libro. “Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.”. Una frase così racchiude tutto! Ti spinge nel senso più profondo delle cose. “

Rimasi quasi scioccata per il modo in cui recitava e dava espressione a quella frase, sembrava quasi che stesse parlando di una delle sue canzoni. Ero sorpresa. Lo guardavo incredula per ciò che mi stava dicendo. Io quel libro lo avevo letto ma mai avrei pensato che il simbolo del rock si sarebbe fatto influenzare da Antoine Roquentin che cercava disperatamente una via di fuga dall’assillante nausea. Ma allora quella “vita spericolata” da dove nasceva? Chi era veramente Vasco? Cosa aveva condizionato quella sua strana storia, tanto da farlo diventare il simbolo della trasgressione?

Mi sentivo quasi bimba con tutti quei “perché”.

Li ricolsi a lui.

Iniziò dicendo che la vita non è mai un percorso statico, tutto cambia e tutto scorre, proprio come il panta rei di Eraclito.

Vasco divideva la sua vita in diversi momenti. Il tempo dell’esordio, i primi concerti e il successo, li aveva archiviati sotto il nome di “Andrea Sperelli”. Mi disse: “ Sai quella vita dove la vita stessa viene concepita come l’arte e “l’arte per l’arte”? Ecco quello non è solo un programma estetico ma uno stile di vita”. Intendeva parlare della “vita inimitabile” di D’Annunzio. La stessa vita dalla quale era caratterizzato Andrea Sperelli, il protagonista di “Il Piacere”, opera dannunziana. Mi viene in mente come un’epifania, il manifesto poetico della sua prima fase della vita e della carriera del nostro: Vita Spericolata.

Vasco canta:” voglio una vita come quelle dei film, voglio una vita esagerata…”

Ma perché proprio Andrea Sperelli?

Andrea Sperelli per il suo estetismo. Per il suo dissidio interiore tra Elena e Maria. Le mie “Albachiara” e “Brava”. Come lui, poi mi sono ritrovato solo. Solo che più solo non si può. La solitudine ti entra dentro e si impossessa di te. Tutto ebbe inizio la notte del 20 aprile 1984. Mi trovavo a Bologna in una discoteca. Ero in compagnia di colleghi, nonché amici di vecchia data, per delle prove audio. Entrarono nel locale due ragazzi, carabinieri in borghese, mi chiesero di seguirli e da lì per ventidue giorni io non vidi la luce. Tutto si spense anche dentro di me. “ Rivendica te stesso” ( Epist. Ad Luc. 1.1 ), usai questa massima di Seneca per aprire in me un piccolo spiraglio di speranza. Avevo bisogno in quel momento della libertà, la vera libertà… quella interiore, che può essere ottenuta da tutti. Per raggiungerla è necessario liberarsi dalle passioni che offuscano la ragione, dominano i nostri comportamenti e le nostre reazioni e ci rendono schiavi degli istinti e dei desideri. Fondamentale è liberarsi dall’ira, dall’ansia del potere o delle ricchezze e allo stesso tempo la liberazione da un altro male: l’inquietudine.”

Cercai di distoglierlo da quel ricordo e intervenni: “ Come vivi ora un’esperienza del genere considerando di avere tre figli poco più che ventenni?”

Furono queste le prime parole che mi vennero in mente guardando il suo sguardo.

“Non amo la guerra. Preferisco parlarne. Non vieto nulla. Io con i miei figli parlo, molto! Sono un tipo pacifista, sarà forse merito del mio nome? “

Mi raccontò infatti che quel nome gli fu “affidato” dopo la morte di un amico del padre durante la Resistenza della II guerra mondiale.

Continuò: “ La mia canzone preferita è “Generale”, un testo pacifista che riesce sempre ad emozionarmi. Decisi di prenderla in prestito da Francesco De Gregori nel 1994, quando iniziai a progettare “ Rock sotto l’assedio”. Aprii il concerto dedicandola ai veri eroi, a coloro che danno la vita per la patria“.

Non lo riconoscevo più. Giuro! Lui così duro, tutto di un pezzo sul palco, ora aveva gli occhi lucidi a raccontare i ricordi del padre in guerra.

Sembrava un’altra persona.

Colui che il pubblico aveva sempre etichettato come “pure evil” aveva un cuore!

Gli chiesi sorridendo: “ Sei buono o cattivo? “ . Lui intonò un frammento dell’omonima canzone. Poi rise e mi bloccò: “ Good and evil are as two twins in the same womb” .

Sapevo di cosa stava parlando! Dr Jekyll and Mr Hide di Stevenson. Nonostante la mia pronuncia molto elementare, la letturatura inglese mi piace molto. Devo ammettere che la storia di Dr Jekyll e la sua pozione l’avevo seguita attentamente a scuola. Ne ricordavo tutti i particolari come se l’avessi studiata poche ore prima. Vasco capì dal mio sguardo che conoscevo bene l’argomento e allora seguitò con il suo discorso.

Anche a lui sarebbe piaciuto poter dividere il bene dal male, ma aveva capito che non era lì il problema… “…prima c’era il giusto o sbagliato da sopportare!”

“Se incontrassi Dr Jekyll gli farei ascoltare proprio la mia canzone “Buoni o cattivi”, sperando poi che gli passi la voglia di bere la pozione”.

Ecco ora lo riconoscevo! Il mio Vasco!

Uscì spontaneo un sorriso… uno di quelli che nasce dal cuore. Uno di quelli che ultimamente mi mancavano sul viso. Mi ero lasciata andare per pochi minuti e poi ero tornata seria. Non potevo farci nulla se la “maturità” era il mio pensiero fisso. Lui capì la mia preoccupazione e cantò: “ Se c’è qualcosa che non ti và?!? Dillo alla Luna! Può darsi che porti fortuna dirlo alla Luna!”

Che mito! Le parole giuste nel momento giusto! Poi pensai… “Perché proprio la Luna? La citi spesso nelle tue poesie!”

“La Luna mi piace. Mi ricorda mio nonno; le estati con lui nei campi e la sua frase da contadino : “Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante”. Nonno ci teneva ai suoi raccolti e controllava sempre per bene la Luna. Lui mi insegnò le fasi lunari perché io avevo sempre immaginato una strana lotta di un mostro con quella “palla luminosa”. Da lì è nato il mio interesse per l’osservazione dell’Universo. Per me è Lei la protagonista indiscussa del palcoscenico celeste: è la Luna; quindi la esalto nei miei testi addossandole il ruolo di portafortuna”.

Nelle sue canzoni mette le esperienze, gli amori, i sentimenti, parla dei suoi sbagli. Mette vita in quei testi. Noi ci identifichiamo in esse, le sentiamo fino allo sfinimento. Diventano le basi dei nostri amori, delle nostre ”Splendide giornate”. Siamo cresciuti con “Vita Spericolata” sulla pubblicità della Chicco. “Gabri” e “Sally” ci hanno fatto compagnia. Abbiamo sognato “Il mondo che vorrei” e cantato “Una canzone per te”. Ci ha fatto sperare di “Vivere una favola” o “Un gran bel film”. Abbiamo odiato “I Lunedì” e ci siamo sentiti “Liberi, Liberi”. Ci siamo alzati in piedi facendo la “Standing Ovation” per quegli “Occhi Blu”. Cercavamo “Un senso” e abbiamo trovato delle “Sensazioni Forti”. Vivendo una “Domenica Lunatica” abbiamo incontrato un’ “Incredibile Romantica”. Con il “Fegato, fegato spappolato” ci siamo innamorati di “Laura”, “Silvia” , “Susanna” e “Jenny” . Adesso però "Siamo solo noi" che crediamo ancora agli “Angeli” senza troppi "Alibi”. Quando si dice musica Italiana, quando si parla di amore, quando si parla di vita… la musica diventa… Vasco Rossi !

Ma qual è la sua canzone preferita? Quella che lo rappresenta più di tutte.

“Una su tutte “Vado al massimo”. La velocità, la voglia di libertà, di vacanza… e poi le auto! Io le amo. Tutte! Stimo Marinetti per aver riconosciuto al mondo, nel suo Manifesto del Futurismo,che : “un’automobile in corsa è più bella della Nike di Samotracia”. La magnificenza del mondo si è arricchita della bellezza della velocità. Quando mi sono messo alla prova con il “Vasco Rossi Racing” volevo usare come logo il dipinto di Luigi Russolo. Nel “Dinamismo di un’automobile” c’è tutto il concetto di velocità. E poi un Rossi ama il rosso e lì, in quel quadro, ce n’è a volontà!”

Ecco il Vasco trasgressivo. Si ora è lui. Lo riconosco! Andò avanti altri venti minuti a parlare di auto. Sono la sua passione non c’è dubbio! Lo capisco. Io potrei parlare per ore delle sue canzoni e dei suoi concerti. Sono la mia passione!

Li conosco tutti a memoria. Ognuno a modo suo è particolare ed emozionante per qualcosa.

Quello che ricordo con simpatia è il concerto del ’07 a San Siro, passato alla storia con il titolo di “un sussurro e poi un grido” . Trasmissioni televisive e telegiornali parlavano di un Vasco ironico che salutava il cielo milanese sussurrando: ” Ciao, ciao, ciao Milano!” e scoppia l’applauso dei settantaduemila fans sugli spalti. Apre così il concerto-critica dei decibel troppo alti.



Forse colpa dei decibel troppo alti, o chissà di cosa ma nonostante ciò riuscii a sentire una vocina di sottofondo che mi sussurrava “…se hai bisogno e non mi trovi cercami in un sogno…”.

Le immagini davanti a me svanirono: mi svegliai improvvisamente. Ero di nuovo seduta alla mia scrivania, circondata da libri e sommersa nelle pagine di appunti.

Turbata, non riuscivo a capire ciò che mi era accaduto. Poi mi guardai intorno e tutto fu più chiaro. Risentii dentro di me la stessa sensazione del sogno, apparve sul mio viso un enorme e disteso sorriso. Decisi che per quella sera lo studio poteva bastare, era una notte da ricordare quella! Andai a dormire, sbalordita dalla mia immaginazione ma egualmente eccitata. Ero rilassata in quel momento, ero veramente soddisfatta, mi sentivo pronta per affrontare quei temuti esami. Di lì a poco presi sonno, dormii serenamente.



“E tu dormi… dormi, ora i tuoi sogni volano… E tu dormi… dormi, mentre i tuoi occhi "sorridono"!! “

V.Rossi
 


 


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