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"Come il rock ci ha salvato la vita"
9
NOVEMBRE

Rock d'autore

"Come il rock ci ha salvato la vita"

 di Massimiliano Santarossa

 

Un anno prima: 1988.

Da piccolo pensavo «quando finalmente avrò quattordici anni sarò grande».

Poi è arrivato il compleanno. Quel compleanno.

Non che all’epoca festeggiassi molto, anzi, festeggiavo poco o niente, come 

oggi. Gli anni e qualsiasi altra ricorrenza passavano come l’acqua sotto i 

ponti. Arrivava il compleanno, sommavo l’anno, e via dentro nuovi mesi. Una 

fetta di torta con la mamma però non mancava mai. Roba semplice, accompagnata 

da qualche candelina a caso, un bicchiere di cocacola e via. 

Erano anni così. Era un bel vivere libero. 

Libero dalla festa.

Libero dalla vita.

Il pomeriggio del mio quattordicesimo compleanno comunque non lo passai del 

tutto solo: venne a trovarmi un vicino di casa, un ragazzo poco più grande di 

me, forse spinto da spirito cristiano, forse spinto da qualcosa di simile all’

amicizia. Il ragazzo entrò nel giardino di casa mia, mi venne incontro, allungò 

la mano e mi consegnò tre cassette arancioni. «Auguri», disse. Poi si voltò e 

uscì.

Mi sedetti sulle radici del vecchio salice. Aprii le mani e buttai gli occhi 

sulle foto delle cassette. In bella vista c’era l’immagine di un ragazzo grande 

che stringeva il microfono, aveva capelli lunghi e occhi azzurro chiaro, aveva 

la faccia di uno che parla anche con i lividi. Mi pareva un bel tipo, uno di 

quelli dritti, uno che la vita la conosce. Uno che avrei volentieri ascoltato. 

Poi misi gli occhi sul nome: Vasco Rossi.

 

Un anno più tardi: 1989.

Sabato pomeriggio.

Entrai in osteria. Mi sentivo il piccolo del paese che varca il mondo dei 

grandi. E così era per davvero.

Tra quelle mura regnava un caos immondo. Il barista urlava a un certo Ioio di 

smetterla con i suoi stupidi discorsi di politica e suore. I vecchi lanciavano 

nell’aria grida spettrali, potenti, quasi dei canti funebri. Molti anni dopo 

capii che quelle urla erano bestemmie contro un Dio che mai concedeva loro il 

lusso della vittoria, un Dio che si beffava della carne, del dolore e del vino 

stesso, un Dio troppo lontano per essere rispettato, e che però di suo si 

impegnava a relegare quei vecchi al ruolo di perdenti; perdenti nella vita come 

nei sogni. Poi c’era anche uno chiamato il Cucu, uno grande e grosso, uno dall’

aria cattiva, ma che perdeva sempre pure lui, e tutti gli ridevano, quasi a 

bilanciare la sconfitta altrui con la perdita propria. A riempire il resto del 

locale c’erano facce su facce, ferme e immobili, così, a guardarsi, senza mai 

dire nulla.

Non era il posto più indicato per un ragazzino. Mi piaceva per questo.

Mi sentivo piccolo, minuscolo. Pensai: «qui dentro possono farmi a fette 

quando vogliono, spalmarmi nel pane come fossi formaggino, e buttarmi giù a 

botte di vino.»

Invece come mi videro furono solo grandi sorrisi. Mancava poco che mi 

facessero un applauso. Probabilmente capirono che ero il “futuro”, uno pronto a 

tirare avanti sulla loro strada. Mi avevano preso in simpatia. Ero un bel 

ragazzino all’epoca. Avevo gli occhi buoni.

Feci qualche passo e arrivai a un tavolino sulla sinistra del locale. Sì, i 

ragazzini dovevano sedersi nei tavolini alla sinistra dello stanzone, quelli a 

destra erano dimora dei vecchi, dei padroni. Il passaggio di tavolino 

comportava il passaggio di grado. Era la regola d’osteria rispettata più di 

tutte quelle della chiesa.

Tempo cinque minuti e si fece vivo il Gorilla.

Entrò nel locale, salutò il barista e gli amici, poi venne dalla mia parte.

Il Gorilla aveva solo due anni più di me. Ma era ormai un capo lì dentro.

«Macho», mi disse, «ecco qui i biglietti per il concerto. Metti in tasca e 

fila a casa a preparati, tra un’ora si parte. Appuntamento davanti la Coop».

 

Sabato tardo pomeriggio.

Un’inchiodata decisa e mi fermai giusto sotto l’insegna della Coop, alle sei 

precise, come da ordini del Gorilla.

Tempo cinque minuti ed eravamo tutti riuniti come un miniplotone: io, Luz, 

Giorgio e Gorilla a far da capobanda.

Ci guardammo dritti in faccia. Subito il capo aprì bocca: «bestie, andiamo, 

che Vasco ci aspetta!».

Saltai al volo sulla mia bmx sfondata. Luz e Giorgio inforcarono due scassate 

Graziella. Il Gorilla salì sulla sua Zanella da corsa: un diavolo di bicicletta 

con dieci marce, telaio in alluminio e copertoni stretti e lisci. Una super 

dueruote. L’invidia del paese.

Attaccammo a pedalare che neanche i ciclisti del tour.

Le strade di Villanova filavano via veloci sotto le nostre quattro biciclette, 

il sole scendeva lento dietro le montagne, l’aria era quasi fresca grazie all’

avvicinarsi della metà di settembre, i capelli al vento aiutavano a disperdere 

la rabbia che già covava nelle nostre piccole teste. E alla fine del lungo 

viale c’era Vasco che ci aspettava.

Mentre pedalavo pensai: «è proprio un bel vivere».

 

Pordenone. Parco Galvani.

Arrivai primo e tirai un’inchiodata decisa fermandomi a cento metri dai 

cancelli del Parco. Mi voltai indietro e l’istante dopo planarono gli altri.

Eravamo incolonnati dietro centinaia di teste, tutte rivolte verso l’entrata. 

Alcuni seduti a terra, sopra l’asfalto, altri in piedi, molti arrampicati nelle 

reti lungo i giardini del Galvani. Una marea di fighe spaziali da tutte le 

parti. 

Pareva il paradiso.

Parcheggiammo le biciclette, le legammo come cavalli stanchi ai pali della 

luce.

Il Gorilla ci prese per le braccia, ci mise uno di fronte all’altro e impartì 

gli ordini: «qui dobbiamo fare come le talpe, scendere giù e scivolare sotto la 

marea umana fino ai cancelli. Dobbiamo arrivare primi. Appena aprono dobbiamo 

essere i primi. Capito?»

Quei cento metri di carne, sudore, canne, birre, pelle, furono il mio primo 

contatto col vero paradiso terrestre.

A soli quindici anni avevo la testa intrufolata in mezzo ad una marea infinita 

di culi, cosce, tette, sfioravo, palpavo, spingevo carne di femmina da tutte le 

parti. E in cambio ricevevo solo indifferenza.

«Rimarrei qui in mezzo tutta la vita», pensai sbattendo le guance su due 

grandi seni. 

«Anzi no, c’è il Blasco che inizia», realizzai subito.

Arrivammo davanti ai cancelli del Parco giusto mentre si aprivano. La marea 

umana ci spinse dentro quasi fossimo in mezzo ad un enorme onda d’acqua. 

«Se per sfiga casco giù sono morto» era il pensiero in quegli istanti.

La spinta finì dopo cinquanta metri, giusto dove il viale alberato si apriva 

in un’area immensa.

La gente iniziò a correre. Il Gorilla prese me e Luz per le magliette, Giorgio 

stava a due passi, e veloci come ninja corremmo alla disperata verso il palco.

La corsa finì contro un muro di schiene. Io mi stampai sul codino di un 

energumeno alto un metro e novanta, grosso almeno tre volte la mia stazza. Non 

si girò nemmeno.

Ero arrivato. 

C’era solo da attendere.

 

Il buio e la luce.

Eravamo seduti da tempo incalcolabile. Forse ore.

La mia testa viaggiava tra i fumi d’erba e le tette enormi delle ragazze che 

ci circondavano. Stavano tutte in reggiseno. «Perché», continuavo a chiedermi, 

«non vanno sempre vestite in giro così? Perché solo per il Blasco tutte queste 

tette al vento. Perché?».

Poi il sole si spense del tutto e il nero del cielo calò come una coperta di 

seta sull’intero parco. Migliaia di piccoli fuochi si accesero, quasi fosse una 

magia. E con i fuochi partì un canto unico, enorme, una marea che riempiva 

tutto: OLE, OLEE, OLEEE, OLEEEE, VASCOOOO, VASCOOOOO. Più passavano i minuti e 

più l’urlo aumentava OLE, OLEE, OLEEE, OLEEEE, VASCOOOO, VASCOOOOO. Migliaia di 

bocche urlavano quel nome. Solo quel nome.

«Come deve sentirsi, adesso, lui. Cosa deve provare, adesso, Vasco. Con questo 

urlo che lo chiama, con queste tette che lo vogliono. Cosa penserà, adesso, 

Vasco?», mi chiesi guardandomi in giro.

Avevo appena quindici anni ma capii subito che quel ragazzo con gli occhi 

celesti, la fascia in testa, il giubbotto di jeans, quel ragazzo stampato sulle 

copertine delle mie cassette arancioni, in quel momento era diventato un Dio.

Di colpo le piccole luci che illuminavano gli strumenti si spensero.

Il buio era totale.

Trenta secondi dopo si sentì un leggero rumore di batteria.

Poi fu il finimondo.

L’enorme palco si accese come un vulcano. Luci su luci aprirono il buio che ci 

circondava.

Le urla sovrastarono il parco, le strade, la città.

Una figura arrivò al centro del Palco. Si mise a gambe larghe. Con mani ben 

ferme afferrò il microfono.

Fu il caos.

«I bambini dell’asilo / stanno facendo casino / ci vuole qualcosa per tenerli 

impegnati / ci vuole un dolcino / ci vuole uno spino / ci vuole un dolcino / ci 

vuole uno spino...».

Era lui. Il Blasco.

Migliaia di persone cominciarono a saltare. A spingere. A urlare.  

Tutti dentro la notte. Tutti dentro il suo rock.

«C’è qualcuno / che non sa / più cos’è un uomo / c’è qualcuno / che non ha / 

rispetto per nessuno / c’è chi dice no...» 

 

Anni dopo.

Ho continuato ad ascoltare tanta, tantissima musica, ma di pochi, pochissimi e 

selezionati cantanti o gruppi.

Vasco Rossi ha accompagnato la mia “educazione al contrario”, la mia 

adolescenza, la mia ribellione nata e cresciuta sull’asfalto di questo posto 

chiamato Nordest.

Ancora oggi che faccio lo scrittore la sua musica accompagna le mie giornate, 

spesso le pagine stesse dei miei libri. 

Lo sento ancora vicino, lo sento presente, riconosco Vasco ancora oggi come un 

“maestro” che alcuni definirebbero “cattivo”, ma che per me resta solo 

“maestro”.

Perché questo amore?

Non lo saprei dire con certezza, ma qualcosa inizio ad intuire proprio oggi 

che sono padre. Proprio oggi che il concetto di educazione si fa importante, 

importantissimo nei miei pensieri.

Al Parco Galvani quella notte di tanti anni fa c’era un ragazzino considerato 

“diverso”, per certi aspetti esagerato, un ragazzino che non trovava risposte 

nel mondo degli adulti, che non trovava nemmeno praticabili le regole degli 

adulti, tanto da fuggire da scuola poco dopo per rifugiarsi all’inferno della 

fabbrica, tanto da fuggire poi dai divertimenti normali per perdersi dentro le 

notti labirintiche, tanto “diverso” da seguire ogni sorta di regola al 

contrario.

Però quel ragazzino senza le parole di Vasco probabilmente si sarebbe perso 

del tutto, o forse si sarebbe adagiato al mondo spegnendosi, magari avrebbe 

accettato abbassando la testa ciò che non poteva accettare. 

Ai ragazzi “diversi”, che non sono né migliori né peggiori, sono solo 

“diversi”, il rock n roll può davvero salvare la vita. Anche se non parliamo d’

una salvezza condivisa dai più. Anche se è una salvezza diversa. Ma sempre 

salvezza è.

Ad alcuni servono regole al contrario, maestri al contrario, educazione al 

contrario.

Il rock nasce anche per questo, o no?

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