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2 Novembre 2014
 

SONO INNOCENTE ALLA CORTE DELL'IMPERATORE di Arcangelo Ark Tangorra

SONO INNOCENTE
ALLA CORTE DELL'IMPERATORE
(Moving-Kom in Bari di Arcangelo Ark Tangorra)

La pioggia. La pioggia che cade.
A tratti, brevi squarci di cielo che presto tornano a chiudersi.
La pioggia. Le nuvole. Quelle maledette nuvole.

Sono passati tre anni da "Vivere o niente"
Tre anni dalla malattia, dalla convalescenza, dalla grande paura.

Poi il KOM-13, la riconquista del palco, la favola che ricomincia.
Poi il KOM-14, la massima potenza, la favola che diventa ferro e fiamme.
L'inferno del live più rock mai presentato da Vasco.

Le nuvole.
Quelle DANNATE nuvole, che ancora piangono appena, mentre si entra alla Medimex di Bari.
Sono passati tre anni dall'ultimo album del Komandante, e anche il cielo si commuove.

Ancora.
Di nuovo.
Come quel benedetto primo concerto di Torino, del 2013, quello del grande ritorno.

Il cielo.
Il cielo si commuove sempre quando Vasco arriva.
Altro che "Gli angeli".
Qui, se c'è un angelo fatto di carne e ossa (e sangue vivo) quello è lui.

Entra sul palco sulle note di "Sono innocente, ma..." cantando sulla sua stessa voce, occhiali scuri inforcati, sorriso smarrito, intimidito, spaurito che diventa aggressivo l'attimo dopo.
Perché l'Uomo-Vasco è fatto così. Aggredisce la sua timidezza e ogni volta è condannato a vincerla con l'aggressività artistica.

Si siede con Guido Elmi al tavolino messo sul palco per loro due, e comincia a parlare.
E lo dice subito.
Lui sul palco canta, al massimo balla, ma quanto si tratta di parlare... beh.
E lo vedi, da sotto. Lo vedi che ha gli occhi che luccicano un po'. Lo vedi che quel sorriso è quasi spaventato, perché davanti ha persone a cui parla, ma che non conosce, fatta eccezione per qualche fans presente e un paio di giornalisti familiari.

Li affronta. Affronta le domande. Si schernisce. Lascia andare quegli occhi che il cielo gli ha donato a cercare punti di riferimento noti. Punti su cui trovare appoggio. Conforto. Forza.
Forza per proseguire, per quella dannata paura di sbagliare che la maledetta timidezza ti infila nella pelle anche quando sei un personaggio di immenso spessore come lui.

Quella tenerezza.
Quella tenerezza che si coglie nei modi, nell'umiltà mai introversa, nel coraggio di essere se stesso, fino in fondo, anche quando le domande si fanno un po' più impertinenti e la presenza dei giornalisti un po' più pressante.
Tavolino e sedie sono messe un po' più indietro del bordo palco. Come a voler tenere un po' più di distanza per difendersi dall'invadenza intellettuale di chi lo vorrebbe diverso da com'è.

Di chi lo vorrebbe colpevole sempre, di qualcosa, di qualunque cosa.
Ma l'Uomo-Vasco è innocente.
Innocente davanti ai mali del mondo che vorrebbe poter cambiare, innocente quando scava in "Quante volte", innocente quando dice "Come vorrei", innocente se "Marta piange ancora", e innocente anche quando gli capita di fare un "Duro incontro".

Vasco è innocente come è innocente il cielo.
Può solo essere sereno.
O piangere.

Davanti alla divisione tra i "Buoni o cattivi", tra gli innocenti e i colpevoli, davanti a quei cazzo di giudizi e di pregiudizi che nessuno riesce mai a sospendere per valutare l'onestà dell'anima, e che sono la radice prima di ogni singola grande e piccola guerra, cosa può un solo Uomo, se pur grande come Lui?

Solo portare conforto.
Con una parola.
Con la sua musica.

E una speranza, più volte suggerita da "L'uomo più semplice" che c'è.
"Si può cambiare solo se stessi."

Lui è riuscito a farlo.
E noi, che ci riconosciamo in queste poche righe, siamo cambiati con lui.

Grazie, Fratello Maggiore.
Grazie per l'Amore che regali a tutti.
Grazie per quella parola che ci dai.

Soprattutto, grazie per l'Arte dell'Umanità che ci trasmetti.
 


 


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