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4 Settembre 2013
 

SIAMO SOLO NOI... Una splendida giornata!

di Arcangelo Ark Tangorra

Una notte di treno e sei a Taranto. Ti vengono a prendere. Ti portano al Kalidria. Uno strano effetto, perché è la prima volta che arrivi così presto. Sono le otto del mattino, hai una notte quasi in bianco sulle spalle e hai voglia di fare colazione.
Però non senti la notte. Senti l'appetito.
Entri in sala pranzo che hai in testa poche, chiare idee. Tutto dovrà essere perfetto, tutto dovrà brillare di luce propria.
Tu dovrai solo essere uno strumento quasi invisibile del meccanismo.

Fai colazione in compagnia di amici, poi fai un giro con loro lungo il percorso che farà Vasco per raggiungere la sala destinata all'incontro. C'è profumo di pino, aria fresca, il sole comincia solo adesso a scaldare, ma il sentiero è ombreggiato e gradevole.

Si controllano le transenne. E' tutto pronto.
Si torna al Kalidria, si mangia un tramezzino e ricevi le direttive.
All'una e trenta vai alla sbarra ad accogliere i fans.

Li vedi da lontano. Sono sudati. Il sole si è alzato, e sul piazzale picchia senza remore.
Ma non ce n'è uno che non sia sorridente.
Ricevi le liberatorie, metti i braccialetti, fai salire sul pulmann e si va verso la sala, dove i selezionati incontreranno Vasco.
Cantano. Ridono. Ascoltano le regole e sono intenzionati a rispettarle.
Sono bellissimi.

Si scende dal pulman e li guidi fino all'incontro.
Consegnano i documenti e li accompagni dentro, facendoli disporre secondo l'ordine pensato in precedenza.

Diego Spagnoli è già lì, e accoglie tutti con un sorriso, una battuta, un abbraccio, un bacio.
Poi comincia a parlare, ricorda le regole ai presenti, e fa visionare dei deliziosi filmati d'epoca.
La sala sembra rilassarsi, ma è solo un'impressione.
"C'è qualcosa, nell'aria, stasera... che non si può... Non si può!"

Alle cinque del pomeriggio Vasco entra di colpo in scena.
Lo accoglie una selva di applausi, mani e braccia appartenenti a persone che non si sono alzate dal loro posto.
Lui scorre dietro la transenna e si siede sullo sgabello, alla scrivania.
E la prima frase è una battuta, riferita proprio allo sgabello: "Non mi aspettavo questo trespolo così alto!"

La sala scoppia a ridere, la tensione si allenta, lasciando spazio a un'attenzione densa di gioia.

Vasco è uno splendido oratore. Le persone che ha davanti vedono, piano piano, emergere l'uomo dentro il mito. Racconta la sua "Siamo Solo Noi" che, ormai, è un po' di tutti, e lo fa seguendone il testo, strofa per strofa.
Aggiunge aneddoti, nomina Jannacci dei tempi d'oro, cita la generazione anni 70/80, e va a correggere tutti i fraintendimenti che sono nati intorno a quella canzone, che è un capolavoro assoluto di ironia tagliente, e attuale ancora oggi.
Molti passaggi strappano un sorriso un po' nostalgico. Ricordare i genitori che ti dicevano "sei solo te, che torni a casa a quest'ora!" (la mattina presto), e correre il rischio di dirlo tu stesso a tuo figlio ha uno strano retrogusto che ti scaraventa a uno degli incipit del KOM-013: "Si nasce incendiari, e si muore pompieri."
E' un filo conduttore che non si interrompe negli anni, nei decenni. Un discorso che si riprende ogni volta, per vie diverse, ma che porta l'attenzione nella stessa direzione di sempre. Il nuovo che nasce e che vuole distruggere il vecchio che trova, per sostituirlo.

Il sorriso un po' nostalgico, però, fa in fretta a diventare un sorriso molto più riflessivo, che si ferma lì sulle labbra, quando Vasco fa notare l'ultima strofa.
Quella generazione di sconvolti, che non hanno più santi né eroi.
Una generazione di "sconvolti" che è sempre stata malamente fraintesa.
Sconvolti, sì, ma non nel senso dello sballo.
Sconvolti dal mondo che abbiamo trovato.
Un mondo che non ci piace per niente.
Non ci piaceva allora e ci piace, se possibile, oggi meno ancora.
Senza più santi né eroi, perché non vogliamo questi santi qui.
E non vogliamo questi eroi qui.
Vogliamo i nostri, che non è che "non esistono" solo perché la comune ideologia non li conosce né li riconosce.
Anzi, esistono anche a dispetto di quella.
Forse, esistono in quanto figli illegittimi di quella.

Ed è un'ora e mezza che vola via in una nuvola.
Vasco si alza, saluta e lascia la sala.
I fans restano seduti, nessuno si alza, applaudono felici.
Data l'atmosfera, si fanno accedere a quattro per volta nei camerini per l'autografo, ma senza che si fermino.
Scivolano via in maniera disciplinata lungo un corridoio interno, come era stato detto loro prima, e raggiungono in ordine il pulman che li riporterà al piazzale, alle auto.
In mezz'ora tutto è finito, e quello che resta è la netta sensazione di un incontro perfetto e colmo di riflessioni e di gioia, in egual misura, per tutti.

Quando arriva la sera, a me resta di mangiare un boccone e ripartire per Bari, dove il treno di mezzanotte mi riporterà a casa.
Quanto a quello che resta dentro, beh... Quella è tutta un'altra storia.
Anzi, no.
E' "Questa Storia Qua".

Arcangelo Ark Tangorra
 


 


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